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  • Jennifer Iacovino

SCHIAVI DEL TEMPO




Era una giornata speciale, non solo per l’avvenimento. Era dicembre ma il sole era talmente presente che sembrava primavera. Thea per la prima volta nella sua vita faceva tutto con calma, sembrava un’altra persona; d’altronde -come diceva lei-Alessio era la sua certezza, il suo punto fermo e quel giorno avrebbero dato vita alla loro esistenza insieme. Si erano conosciuti all’università e d’allora le loro strade crescevano simultaneamente, quasi mai un punto di scontro.


Thea l’ho conosciuta a lavoro e poi è diventata mia amica, mai avrei pensato di legare con lei perché troppo diversa da me, troppo impaziente, troppo puntuale. Sempre di fretta persino quando andavamo a passeggiare, niente da fare, il suo passo era sempre più veloce, come se qualcosa fosse lì ad attenderla. Con gli anni diventò la mia ancora e nonostante quel suo atteggiamento alla vita, era la persona più forte che conoscevo.

Alle nove bisognava essere puntuali sul posto di lavoro ma l’orario per Thea non era mai un problema perché era mattiniera, capace di svegliarsi prima del suono della sveglia, quella sveglia che regolava anche due ore prima per essere in tempo. Arrivava a lavoro quasi sempre prima oppure in ritardo perché distratta dall’orologio dimenticava le chiavi della macchina in casa. E indovinate dove erano le chiavi dell’appartamento?

Questa abitudine, se così vogliamo chiamarla, l’aveva assimilata da ragazzina quando ogni mattina la voce della madre la svegliava con la solita parola “è tardi”, ma non era tardi.

Thea ha vissuto sempre cosi, in corsa, per paura di non arrivare mai in tempo. Non conosceva la via di mezzo.


Crescendo, questo approccio alla vita diventava sempre più intenso nonostante in lei ci fosse una grande voglia di farsi trascinare dagli eventi e vivere con le proprie regole. Era una ribelle “inespressa” pertanto la vita che gli girava intorno la risucchiava in un vortice sempre più veloce. Tutto quello che aveva intorno era diverso da quello che lei immaginava, da quello che lei voleva. Nonostante fosse una che al polso portava due orologi e programmava poco la sua vita, a cosa serviva? Avrebbe fatto tardi.

Quel suo modo frenetico di vivere non mostrava al suo sguardo le cose importanti, quel suo modo di fare tutto subito, non era un pregio… E così finì che tutti programmavano per lei e definivano i suoi obiettivi. Quella sua condotta la travolse d’insicurezze e la sua corsa divenne la corsa di qualcun altro.

Non andava bene nulla, le sue decisioni erano dettate dai pensieri degli altri, dalla società in cui viveva e che in qualche modo la confondeva.

Un’estate decise di partire da sola, di regalarsi una vacanza “ferma-tempo”: niente orologio, niente cellulare, niente libri letti in fretta, eh sì, perché se iniziava a leggere, doveva arrivare subito alla fine del libro. Divorava il giorno che viveva nell’attesa del domani, quel domani diventava nuovamente il giorno che divorava e non percepiva.

Decise che la meta perfetta per lei sarebbe stata la Spagna, c’era stata da piccola e si era ripromessa di ritornare. Il posto perfetto per passare l’ultima estate da nubile. Il Viaggio in Spagna le serviva, aveva deciso di volersi concedere un momento per lei. Aveva perso un’importante occasione lavorativa e quel giorno non potevo proprio aiutarla, indovinate perché? Presa dall’essere puntuale, lasciò la presentazione del progetto - a cui stava lavorando da mesi - nella sua casa a Roma mentre lei si trovava in Calabria. Il suo progetto sarebbe stato il migliore ma quel giorno vinse qualcun altro.

Cosi partì per la Spagna.



Immaginatela: arrivo di Thea all’aeroporto ore 8.45. – partenza aereo ore 13.00.

Quella fu l’ultima volta che ebbe tutta quella fretta.

Arrivata a Barcellona spense il cellulare e la sua vacanza rivelatrice ebbe inizio.

In albergo incontrò un musicista che era lì per un piccolo tour, legarono subito e lei cominciò a seguirlo, sera dopo sera, andando ai suoi concerti. Thea era rapita dai suoi modi gentili, dalla delicatezza e dalla pazienza che assumeva con tutti quelli che aveva intorno. Non un momento di sbandamento, nessuna sensazione di ansia, nessuna preoccupazione, lui era lì e da nessun’altra parte.

Una notte, dopo una serata passata tra musica e sangria, Thea cominciò ad estraniarsi e quel musicista si avvicinò a lei dicendole: “non pensare a quello che dice la gente e a quello che vogliono per te, pensa a quello che tu vuoi per te, non ti perdere nel pensare a cosa sarà domani perché se ti perdi l’oggi non c’è il domani. Il cielo ogni giorno ha delle sfumature diverse e se non le noti ti sembrerà sempre lo stesso, ma non è così”.


Quella notte Thea si accorse che stava perdendo tutto, forse per la prima volta si ritrovava da sola con se stessa. Improvvisamente un flashback la riportò indietro a quando aveva 18 anni e dopo un colloquio le dissero che era troppo presto perché non aveva esperienza, e a quando, dopo qualche anno, ritornò allo stesso colloquio e le dissero che era troppo grande, che era tardi. Pensò alla sua amica del liceo che voleva sposarsi presto ma tutti le dicevano che era piccola per farlo. Pensò alla sua amica di sempre che a 40 anni voleva un figlio ma tutti le dicevano: è tardi!



Perché è così che succede ad un certo punto, tutti ti dicono cosa fare, cosa è meglio per te, si diventa “schiavi del tempo”, di quel tempo che non decidi tu, quel tempo che ti inganna e ti convince che è tardi per far presto.


Non mi disse mai il nome del musicista, non so perché, ma sicuramente voleva che quel momento fosse solo suo perché quella notte fu la notte della consapevolezza.

Thea tornò in Italia diversa, aveva capito che si era persa dietro le corse degli altri, che non sognava più. Perché come dicono alcuni: ad una certa età non si deve sognare. Aveva capito che quel suo modo di “mangiarsi” la vita per essere sempre in tempo l’aveva lasciata indietro, quel suo modo di fare l’aveva portata a cercare, sempre e ossessivamente, la certezza del domani. Non voleva vivere più cosi, scoprì il gusto della semplicità, di dare senso alla sua vita, al suo giorno. A piccoli passi notavo il suo sforzo. Capì che ogni tanto fermarsi dà la spinta giusta per la ripartenza, capì che non è mai troppo tardi, che l’affanno oltre il tempo è inutile. Sarà anche vero che viviamo “il tempo di un click”, ma il click sta a noi farlo quando meglio crediamo.

Il disastro a lavoro e quel viaggio furono la giusta spinta per provare a vivere più dolcemente. Quando si accorgeva che stava accelerando, si fermava, pensava e poi agiva; diciamo che così i danni erano minori.

Quel giorno di dicembre non lo dimenticò nessuno, né tantomeno io. Thea ancora non usciva dalla sua camera - e pensare che Alessio aveva paura di arrivare dopo di lei -. Andai a vedere a che punto era e la vidi seduta con una scatola in mano, guardava quello che c’era dentro e quando le chiesi cosa stesse facendo, lei mi disse che erano ricordi. Chiuse tutto, era pronta.

Scese dalle scale, aveva un abito bellissimo. Arrivò fuori dove tutti l’aspettavamo.

Era un giorno davvero speciale, con un profumo di fiori che solo ad aprile si sente. Thea ci guardava ma il suo sguardo era diverso. Cosa c’era in quella scatola?

Fu assalita da una sensazione nuova, cambiò espressione, alzò gli occhi al cielo e decise che quello, per lei, non era il tempo di fare click. Quel giorno non arrivò né in anticipo, né in ritardo.


Qualcosa di molte forte stava avvenendo in lei.





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